Per un paio di mutandine

La censura indetta nel novembre 2007 dal Ministero della Cultura di Ankara sulle rappresentazioni di Heidi ha suscitato i dibattiti e le reazioni più varie in tutto il mondo.

Per poter essere messo in commercio e dare a tutti i bambini, di nuova e vecchia generazione, la possibilità di leggerlo, in Turchia Heidi deve rispettare dei canoni, deve adattarsi.
E le critiche più dure stanno proprio alla base di questo termine: coprirle le mutandine bianche che si intravedono mentre corre tra i prati, nasconderle le caratteristiche guancette rosse, tagliarle lo sguardo, non sono criteri per una possibile inclusione in una civiltà che priva la donna di mostrare la sua sua vera essenza ( e su questo argomento preferisco non cimentarmi), ma vanno a modificare la figura stessa della bambina libera e spensierata che è Heidi.

A parer mio, il libro della Spyri pubblicato dalla casa produttrice turca Karanfin, segue delle linee completamente divese da quelle guida del romanzo cristiano, andando a disegnare e costruire un figura che in nessuna maniera si avvicina a quella di Heidi.

Heidi islamizzata non è Heidi.

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Heidi e Guglielmo Tell: seguaci della libertà

Più volte nelle mie immersioni virtuali nel mondo di Heidi mi è capitato di incontrare il nome “Guglielmo Tell”, sul cui bigliettino da visita è ben stampata la professione di “eroe nazionale svizzero”.
Devo dir la verità, prima di trovarlo in un contesto di conflittualità sul primato di notorietà svizzera che lo vedeva affiancato a Heidi, io il nome “Guglielmo Tell” non l’ avevo mai sentito nominare, scusate la mia ignoranza ma apprezzate la mia sincerità.

La sua esistenza storica è ancora in disputa, ma la sua biografia è da sempre ben profilata: Guglielmo Tell visse nel Canton Uri, avente come capoluogo Altdorf; arciere dalle grandi doti e che tutti stimavano, uomo pieno di un unico amore, quello per il figlio.

Ma su quali basi due figure cosi tanto diverse come Guglielmo Tell e Heidi-mediante uno sguardo superficiale-vengono messe in paragone o addirittura sulla stessa linea?

Questi due personaggi sono l’ icona di quella libertà nazionale della quale solo la popolazione svizzera può vantare, non solo liberazione dalla Svizzera originaria ( per tradizione è avvenuta il 1 gennaio del 1308 in seguito al famoso “tiro alla mela”) che fa di Guglielmo Tell il creatore, ma anche libertà intesa come filosofia di vita, una vita libera da ogni processo di urbanizzazione della quale si è fatta portavoce ufficiale Heidi.

Entrambi divenuti miti globali grazie all’ “alimentazione mediale“, che ha fatto di questi due personaggi immaginari o meglio costruiti,delle vere e proprie figure da adorare ( anche se la reale esistenza di Guglielmo Tell è in bilico tra fiaba e realtà).

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Heidi nella cucina spagnola

E con la mente in questo momento ritorno a Madrid.
L’ ultimo mio sabato a Madrid, i compagni di viaggio-esperienza-erasmus della mia amica Nadia hanno organizzato un cena in un “locale qualsiasi” nei pressi di Puerta del Sol, e per “locale qualsiasi” intendo un ristorante non ancora deciso.

Abbiamo deciso. Il nome del locale non me lo ricordo però alla base vi era il nome Madrid, a cui aggiunger un suffisso o un prefisso, ma l’ essenza era questa.

Il menù non era dei più ampi, ma aveva una cosa che mi ha colpito, ve la mostro:

Un’ insalta chiamata Heidi!
Vi leggo e traduco gli ingredienti:

Heidi: pasta colorata, prosciutto york, formaggio parmiggiano a scaglie, peperoni rossi e verdi con salsa mayonese russa.

Non l’ ho assaggiata, i peperoni di sera non sono la cosa ideale.
Comunque parlando di viaggi e cucina vi consiglio un blog intitolato Forchetta? Nello Zaino, dal quale potrete trarre tantissimi spunti per una serata a tema.

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Heidi: nella memoria

Chiunque decide di assentarsi qualche giorno dal lavoro, o si reca ad Heidiland utilizzando le ferie retribuite, lo fà perchè è spinto da quel meccanismo della memoria che seleziona Heidi tra le cose da ricordare e dunque non da dimenticare.

Heidi è da ricordare!!

Quando la Spyri ha scrittoo il suo primo libro destinata alla lettura per bambini, nascondendosi dietro uno spseudonimo, inconsciamente ha assunto il ruolo non solo di scrittrice ma di portavoce critica della situazione in via di mutazione che si stava profilando in Svizzera in quel momento: la vita alpina in netta opposizone con quella nuova cittadina.

Il successo di questo romanzo è stato immediato, agevolato dai vari adattamenti che hanno previsto diverse forme e lingue; ma la gente che più si è sentita coinvolta facendo di Heidi l’ emblema della propria nazione è stata proprio la popolazione svizzera, che non solo ha deciso di ricordare Heidi ma le ha perfino costruito un habitat su misura nella propria memoria collettiva, che trova in ogni abitante alpino la propria specificità.

Una memoria collettiva che si è andata a “sgretolare” in quel sociale, che che fà sempre più dell’ astrattezza e della contingenza i propri capisaldi, trovando oggi collocazione in una memoria ben più ampia: la memoria sociale appunto.

I media in questa “frammentazione” hanno giocato un ruolo fondamentale:non solo hanno selezionato per NOI ciò che deve essere ricordato e ciò che invece è destinato ad essere archiviato nel dimenticatoio, ma si presentano essi stessi “produttori della nostra” memoria.

Questo argomento specificamente studiato potete approfondirlo online mediante il blog La memoria delle cose, altrimenti vi rimando al libro Memoria e comunicazione, di Roberta Bartoletti.

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Heidiland: ricorso alla nostalgia

Oltre alla mercificazione delle emozioni, il mercato turistico si avvale di un altro sentimento come occasione per la propria economia: la nostalgia.

Ma che cos’ è la nostalgia? Utilizzare il termine sentimento per definirla è inappropriato, infatti essa compare per la prima volta nel XVII secolo per indicare quella strana patologia che stava colpendo un numero sempre più crescente di persone.
Una malattia della mente causata dalla gran voglia di tornare a casa, un allontanamento sentito in maniera persistente innanzitutto dai marinai e dai soldati che abbandonavano la propria patria per difenderla, successivamente ha contaminato anche i servi e i domestici, che in cerca di un mezzo di sostentamento, abbandonano la campagna per andare in città.

Una malattia non più solo della mente, ma anche del corpo.
La cura per questa malattia ormai di portata sociale? Il ritorno a casa, ma nel XIV secolo si comprende che pur ricorrendo a questa soluzione, non si guariva: la nostalgia è un male incurabile.

Tutti siamo nostalgici, soprattutto in questa società moderna, tutti confidiamo in un ritorno alla casa perduta, che non deve essere intesa come un luogo concreto, ma ideale, un luogo del senso.

Heidiland, ha saputo ben sfruttare questa sensazione di disagio, ed è andata a ricostruire la casa mitica di Heidi, la casa di un passato ben distante dall’ attuale urbanizzazione , con altrettanti modi di vivere.

Il mercato ha fatto della nostalgia una risorsa mediante il processo di mercificazione, Heidiland offre un ritorno alla casa perduta-pur non essendo mai esistita- a tutti coloro che ne sentissero l’ esigenza.

L’ esigenza di “rivivere” un mondo naturale, respirare aria pura non contaminata dallo smog, goder del cinguettio degli uccellini senza alcun suono artificiale.

In questo contesto la nostalgia intesa come malessere individuale, diviene semplice nostalgia di maniera, che fa di tutti gli elementi costitutivi di Heidiland delle merci della nostagia.

Le fonti da cui sto attingendo le mie informazioni, ma che soprattutto offrono le basi per il mio studio, provengono tutte da una stessa penna; per ulteriori approfondimenti consiglio di leggere il libro “Memoria e comunicazione” 2007, scritto da Roberta Bartoletti, al quale allego e suggerisco il blog La memoria delle cose.

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Heidiland alimentata dai media

Heidiland esiste perchè esistono i media, essa è una loro creazione, anzi è stata prodotta dalle loro creazioni. Sembra uno scioglilingua ma è la verità.

La mia domanda nel post precedente, voleva indurre ad un tentativo di riflessione: un luogo come Heidiland non è mai esistito, le storie narrate che vengono concretizzate sottoforma di performance in questo villaggio non hanno dei personaggi reali, come mai esistita è la simulazione di vita interpretata dagli attori che accolgono i turisti.

Però questo luogo esiste: è nell’ immaginario di tutti coloro che almeno una volta hanno letto il romanzo o visto un episodio del film o anime di Heidi.
Questo immagianario è andato a sovrapporsi a quello di un colletivo ben determinato, che l’ industria turistica ha saputo ben sfruttare per creare nuove opportunità per il proprio mercato.

Heidiland è prettamente supportata dai media, che grazie ai vari adattamenti susseguitesi nel corso degli anni tanto da renderla oggi giorno un personaggio moderno, ha dato la possibilità ovvero l’ occasione all’economia turistica di creare un luogo capace di offrire modi di essere ed emozioni di un passato esso stesso immaginario.

Heidiland non è mai esistita, ma chi si reca in questa regione sulle orme della piccola Heidi pur essendo consapevole di tale ricostruzione, viene immediatamente immerso in questo mondo reale, in grado di donare emozioni vere di un tempo mai esistito.

Per ulteriori approfondimenti, rimando alla fonte delle mie informazioni “Sulle tracce di una invenzione. Viaggi e pellegrinaggi mediatici” scritto da Roberta Bartoletti pubblicato nel 2003 su Golem l’ indispensabile.

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Ma che tipo di emozioni?

Ma che emozioni può offrire un luogo che non è mai realmente esitito? E che modi di fare, stili di vita esso può offrire?

La domanda sembra molto complessa, ma la spiegaziona è molto più che deduttiva ed inconscia.

Qualcuno sa darmela?

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Heidiland: l’ industria delle emozioni

Il mio primo viaggio da sola, e per sola intendo la mancanza dei miei genitori al mio fianco, è paragonabile a quello dei Grandturisti del Settecento, all’ insegna della peregrinatio accademica fomentata dalla grande voglia di divertimento, esplorazione e paragone, in un tutto che da adolescente poco riesci a comprendere.
Quest’ immaginario del viaggio ha accompagnato i miei diversi viaggio-studio fatti all’ estero, per poi andarsi a sostituire ad un’ altra concezione del viaggio che è entrata nella mia mente nel momento in cui mi sono messa in treno con un biglietto InterRail con l’ intenzione di girare l’ Europa, alla quale va aggiunta la realizzazione completa.

Svegliarsi ogni giorno in luoghi, città con lingue, tradizioni, costumi, modi di fare, stili di vita differenti è un’ emozione assurda, non comprensibile per chi non l’ ha mai provata, e dunque diversa da persona a persona, in questo caso un’ emozione “solo mia”

Diversi sono i viaggi che io successivamenti ho fatto, ma nessuno dei quali a livello emozionale è ad esso paragonabile.

Quando ho detto che Heidiland non è una semplice meta turistica , mi riferivo proprio a questa sua qualità emozionale che prevale su quella aziendale in maniera quasi antitetica.
I suoi obiettivi oltre a quelli di offrire un’ alta e vasta qualità di servizi in un ambiente del tutto naturale, vanno a far leva su qualcosa di molto più profondo, che va oltre il semplice divertimento con la voglia di godere di una realtà diversa o fuggire per un determinato periodo dalla vita quotidiana.

Heidiland ed Heididorf sono l’ emblema di quella forma del turismo emozionale che negli ultimi anni si è andato via via sviluppando.

Influenzare il consumatore in base alle qualità aziendali non è lo scopo di questa regione, essa mira a qualcosa di ben piu diverso: migliorare ed offrire qualità prettamente emozionali. Ed è qui che alla vendita di prodotti si sovrappone-anzi sostituisce-la vendita di emozioni, che fa dei luoghi la vera industria di questa merce.

L’emozione sottoforma di merce, è questo il termine che io utilizzo per descrivere Heidiland; del quale attualmente si sono appropriati tutti i settori dell’ economia che giorno dopo giorno , ci fanno da luogo, da terreno.

Vendita di emozioni, è un termine per me un pò ambiguo, che da una parte riduce il valore dell’ emozione intesa come un qualcosa di individuale, soggettivo che si manifesta in modi e maniere differenti ma uniche, non vendibili e non riproponibili e dall’altra conferisce ai “luoghi” la capacità, la voglia ma più che altro l’ obiettivo di produrre l’ astratto..il personale.

I luoghi divengono i costruttori di forme emotive.

Nel mio InterRail le emozioni più profonde, e che ancora ricordo con lo stesso brivido, le ho provate soprattutto in quei luoghi non “ancora” contaminati da questa mercificazione.

Per ulteriori approfondimenti su questo argomento rimando ad un articolo pubblicato su Golem l’indispensabile, rivista online, scritto da Roberta Bartoletti.

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Programmi della serata

Signore e Signori, se per questa sera non avete ancora alcun programma, o per scaramanzia non volete guardare la partita della Nostra Italia, vi suggerisco un appuntamento: alle 21.10 su Italia Uno sarà mandato in onda il film d’ animazione “Heidi” diretto da Alan Simpson, diviso per l’ occasione in due tempi.

Questo adattamento creato nel 2005 tra Gran Bretagna e Germania, certamente non vanta delle stesse qualità grafiche e tecniche dell’ anime giapponese ma rimane molto fedele al romanzo della Spyri.

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La mia intervista a Heidimadrid

Certamente non potevo soffermarmi ad ammirare questo “luogo di culto” , ovvero Heidimadrid, dal di fuori.

Nel momento in cui sono entrata la mia unica intenzione era osservare il tutto con occhi curiosi; il negozio è molto piccolo, per visitarlo seppur attentamente ho impiegato tre minuti, al fine dei quali una strana voglia ha stimolato la mia curiosità: improvvisarmi giornalista.

Ho tirato fuori la mia Moleskine, la mia penna “mangiucchiata” e gli occhialini da vista hanno sostituito quelli da sole, il tutto per assumere un’ aria più credibile.
Non ho molta dimestichezza con la lingua spagnola, ma al mio fianco vi era una traduttrice d’ eccezione: la mia amica Nadia , in Erasmus a Madrid, grazie alla quale sono riuscita a dare più credibilità alla mia improvvisazione.

Il proprietario del negozio, Jesus è stato molto disponibile, non solo si è sottoposto alle mie domande ma mi ha perfino dato la possibilità di scattare foto e pubblicarle sul mio blog.

In questo momento mi rendo conto che avrei potuto fargli un questionario più articolato, ma sono soddisfatta di ciò che ho scoperto e del dialogo che si è creato: la mia prima domanda è stata chiedergli la motivazione che l’ ha spinto ad aprire un negozio Heidi.com, alla quale lui mi ha risposto dicendomi che conosce i creatori del brand e tale marchio, tale filosofia e linea di vestiti gli è da subito piaciuta.
Jesus con la sua compagna Cristina, sono stati molto bravi non solo nell’ allestirlo creando al suo interno una sorta di salottino, ma anche nel trovargli una collocazione perfetta: nel pieno centro della capitale spagnola, esso è l’ unico negozio al mondo monomarca Heidi.com in vita dal novembre 2007.

Il proprietario è stato cosi disponibile tanto da svelarmi una curiosita: i creatori del brand stanno progettando di aprire un negozio simile a Tokyo.
Ve lo immaginate un negozio del genere con l’ architettura orientale?

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